Pagina di diario. Come ci si deve arrabbiare?
Una sera io e Alessandro abbiamo litigato pesantemente. Eravamo in centro, prima che arrivasse l'apocalisse, e stavamo camminando nei pressi delle due torri. Ora non ricordo precisamente perché mi infuriai tanto, ma mi ricordo che tutto partì da un pacchetto di sigarette ritrovato intonso per terra. Lui voleva prenderlo, io no perché non mi sembrava igienico; lui diceva che era ancora sigillato nella plastica quindi era praticamente nuovo, sarà solo caduto di tasca a qualcuno; io dicevo che conoscendo le mani luride che passano per Bologna non mi sarei fidata neanche a guardarlo da lontano. Insomma, da cosa nasce cosa, lui mi accusava di essere troppo pesante e io lo accusavo di essere troppo superficiale. Avevamo torto entrambi: io so essere fastidiosamente superficiale e smisuratamente pesante, ma la stessa cosa lui. Mi innervosii per un giudizio che mi sembrava errato. Allora iniziai a camminare velocemente, aumentai il passo per non stare vicino a lui e non volevo nemmeno voltarmi per vedere se mi stesse inseguendo (mi stava inseguendo). Camminavo a passo svelto lungo via Rizzoli e intorno a me c'erano moltissimi ragazzi che ridevano e urlavano e notavo che non appena incrociavano il mio sguardo diventavano subito seri. Evidentemente dovevo avere gli occhi talmente iniettati di sangue dalla rabbia, da far paura ai passanti. Così iniziai a osservare tutto quello che succedeva, camminando molto velocemente, coglievo le scene intorno a me senza mai fermarmi.
Un uomo con la barba lunga e grigia seduto a terra, con la schiena poggiata contro un muro, davanti a sé ha un coniglio e un cagnolino e chiede l'elemosina. Una ragazza vomita sul semaforo all'incrocio di via Indipendenza. Un ragazzo porta una ragazza a bordo di un carrello con le rotelle rotte. Pietre. Ombrelli. Una bottiglia spaccata a terra. Fumo. Una nuvola di fumo mi entra nel naso. Semaforo rosso. Via del Pratello. Il campanello di una bici mi ordina di spostarmi. Un ragazzo seduto a terra suona la chitarra. Delle voci cantano una canzone romana. La gente mi ride in faccia. Un rider di glovo. Un rider di JustEat. Un drink caduto a terra. Un cane piscia sulla polizia. Un ragazzo mangia la pizza con gli occhi chiusi. "Ti ho preso in ortaggio".
Arrivai davanti al portone di Alessandro e mi sedetti sul suo gradino. Ero stanca. Davanti al palazzo di Alessandro c'è un bar-ristorante e quella sera era pieno di gente. Realizzai che per tutto il tempo della mia passeggiata non avevo smaltito la rabbia, ma ora che mi ero fermata e ripensavo a quello che avevo visto da via Rizzoli a via del Pratello stavo iniziando a calmarmi. Forse perché volevo raccontarlo ad Alessandro. Ma all'improvviso spuntò dal nulla questo ragazzo magro, biondo e ubriaco e si piazzò seduto vicino a me. Aveva un drink in mano e me ne offrì un sorso, ma io rifiutai. Poi mi chiese quali serie tv mi piace guardare e io risposi solo: <<Quelle belle>>. <<Si vede che sei arrabbiata>> Mi disse lui. "E cacm o cazzo" pensai io, ma invece dissi: <<Sì, in effetti sono arrabbiata, ma ora non so più nemmeno perché>>. <<Io quando sono arrabbiato gioco coi pokemon, oppure esco con i miei amici, se vuoi vieni con me che te li faccio conoscere>>. Non gli risposi nemmeno. Non so perché, ma lo odiavo profondamente, era una presenza molesta e fastidiosa. E io, in genere, adoro le persone che iniziano a parlarti così, senza motivo. Poi iniziò a cantare e io rivolsi gli occhi al cielo come per pregare che venisse colpito da un fulmine. Dopo poco smise e così come era venuto se ne andò senza dire una parola, barcollando sotto i portici. Mi voltai dall'altra parte e vidi arrivare Alessandro tutto affaticato. <<Ma che cazzo, cucc>> mi disse. Mi alzai e andai ad abbracciarlo per chiedergli scusa.
Quanta pazienza hanno con me, Bologna e Alessandro.
Commenti
Posta un commento